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    Nel 2010 il SSN rischia una "voragine" da 10 miliardi di euro. Print E-mail
    03 feb 2009

    E' da allarme rosso l'avvertimento degli economisti del Ceis, il centro per gli studi economici e finanziari della facoltà di economia dell'università Tor Vergata della Capitale, che a Roma hanno presentato il loro VI Rapporto sanità 2008.

    La spaventosa differenza tra finanziamento e spesa per il Ssn "dovrebbe essere colmato dalle Regioni con recuperi di efficienza, o inasprendo la compartecipazione dei cittadini. O tagliando i servizi". Un quadro ben poco edificante anche alla luce delle numerose Regioni con i conti in affanno. E che suona minaccioso per i portafogli degli italiani.

    In base ai dati, infatti, "già oggi i cittadini pagano di tasca propria un gran numero di prestazioni sanitarie, che influiscono pesantemente sulla gestione economica delle famiglie. Sono 349.180 le famiglie del Belpaese - prosegue il Rapporto - che nel 2006 si sono impoverite per le spese sanitarie impreviste di cui si sono dovute far carico. Un numero pari all'1,5% del totale e a cui se ne aggiungono 861.383 (il 3,7%) che hanno dovuto fare i conti con 'spese catastrofiche' che hanno prosciugato le proprie risorse". In questo quadro il richiamo degli economisti è, ancora una volta, alle possibili conseguenze nefaste di un federalismo che non pensi a un "ridimensionamento ben calibrato del modello di compartecipazione". Altrimenti, ammoniscono, "si rischia di inasprire le differenze già evidenti tra servizi sanitari regionali".

    "Parlare di equità e uniformità - prosegue il Rapporto Ceis 2008 - è difficile anche allo stato attuale: a partire dalla spesa sanitaria le Regioni registrano dati fortemente diversificati, che confermano la netta divisione tra Nord e Sud. Se la media nazionale pro capite è di 1.744 euro - continua il documento - Trentino Alto adige, Lazio e Valle d'Aosta hanno una spesa superiore a 1.970 euro, mentre in Basilicata e Calabria la cifre scende sotto i 1.600". Macro differenze anche sulla specialistica ambulatoriale. "Nonostante vi sia una sostanziale omogeneità nei ticket applicati nelle Regioni italiane, non viene garantita equità perché l'adozione di nomenclatori tariffari differenti comporta una diversa incidenza di costi sui pazienti", aggiungono gli economisti.

    Le preoccupazioni sull'equità del sistema sono condivise dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi. "Abbiamo un sistema sperequato al suo interno con realtà diverse a seconda della latitudine. Occorre - dice - organizzare un modello di servizi integrati di tipo sociosanitario di prima scelta. Il federalismo fiscale - aggiunge - se riuscirà a promuovere equità sarà un vero successo". Tornando al rapporto Ceis, nel periodo 2000-2006 "circa i due terzi delle Regioni sono intervenute riducendo sia la percentuale di strutture che quella dei posti letto.

    Casi estremi il Veneto (-42,1% delle strutture e -15,4% dei posti letto) e Friuli Venezia Giulia (-8,3% e -21,1% rispettivamente). In controtendenza il Molise, con un +22,2% di strutture e +16,6% di posti letto". Il documento, spiega Federico Spandonaro, docente di economia all'università di Tor Vergata di Roma, "delinea luci e ombre. Non c'è - dice - l'auspicabile riduzione dell'impoverimento e delle spese catastrofiche per le famiglie.

    L'imminente crisi - aggiunge - si rifletterà negativamente sul sistema sanitario con conseguenze sulle famiglie 'fragili'. Di contro - continua - si fanno passi in avanti sul federalismo e speriamo che le Regioni con i conti in rosso riescano a rientrare dal deficit. E per fortuna va avanti la riduzione delle strutture sanitarie marginali e dei posti letto, seppure in maniera disomogenea".

     

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